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SARS-CoV-2: i dettagli che cambiano la storia.

Il virus SARS-CoV-2,  causa dell’attuale pandemia, fino a un anno e mezzo fa era un totale sconosciuto. Ora lo è sempre meno. Una consistente parte della ricerca mondiale, non solo in ambito bio-medico, si è fortemente concentrata sul virus e sulle questioni ad esso collegate, fornendo preziosi numeri e dati in base ai quali è possibile oggi fare un primo importante bilancio. Anzi, è doveroso farlo. Se all’inizio si è dovuto prendere delle decisioni al buio ora si hanno a disposizione informazioni importanti per agire con cognizione di causa e i numeri offrono il grande vantaggio di arrivare sempre a conclusioni semplici, chiare, logiche, obiettive, inconfutabili e soprattuto non ingannevoli. Vediamo quindi i dati e i numeri di questa pandemia.

Epidemiologia del SARS-CoV-2

Proprio perché i numeri sono fondamentali, nel discutere di una determinata patologia non è possibile prescindere dagli studi epidemiologici della stessa.

L’epidemiologia è la branca della medicina e della sanità pubblica che si occupa delle modalità d’insorgenza, di diffusione e di frequenza delle malattie in rapporto alle condizioni dell’organismo, dell’ambiente e della popolazione. Studia l’incidenza, la prevalenza, la distribuzione e i fattori determinanti di una malattia. Chiaramente essa riveste un’importanza particolare nella scelta e nella pianificazione degli interventi di sanità pubblica. Un ruolo essenziale dell’epidemiologia nella Global Strategy for Health for All (Strategia Globale per la Salute per Tutti) è stato riconosciuto in una risoluzione della World Health Assembly (Assemblea Mondiale della Sanità) del maggio 1988.

Relativamente alle malattie infettive, in ambito epidemiologico, ci sono diversi indici e tassi in grado di fornire informazioni cruciali. Uno di questi è sicuramente il tasso di letalità di un determinato agente patogeno. 

Il tasso di letalità è una misura di incidenza (e/o prevalenza) cumulativa utilizzata in epidemiologia analitica e/o clinica, che indica il rapporto, tipicamente percentuale, di decessi sul totale dei soggetti ammalati per una determinata malattia in un ben definito arco di tempo. È un indice di rischio, indica la probabilità di morire se si è affetti da una specifica malattia. Tale valore è estremamente variabile in relazione alla durata del tempo di osservazione, per questo va quantificato in rapporto a un intervallo di tempo. Attenzione però: è innanzitutto importante non confondere letalità e mortalità. Quando parliamo di letalità ci riferiamo a quante persone muoiono sul totale delle persone contagiate. Se invece parliamo di mortalità ci chiediamo quante persone muoiono sul totale della popolazione. Per fare un esempio, se in un paese di 1000 abitanti ci sono 20 contagiati e 10 morti, il tasso di letalità sarà del 50% ma il tasso di mortalità sarà solo del 2%. Occorre inoltre distinguere il tasso di letalità apparente (case fatality rate, CFR) dal tasso di letalità plausibile (infection fatality rate, IFR).

In epidemiologia il tasso di letalità apparente è il rapporto tra i decessi per una determinata malattia rispetto al numero totale di persone a cui è stata diagnosticata la malattia per un determinato periodo. Anche il tasso di letalità plausibile si applica ai focolai di malattie infettive ma rappresenta la percentuale di decessi tra tutti gli individui infetti, compresi tutti i soggetti asintomatici e/o non diagnosticati. È strettamente correlato al CFR, ma tiene conto anche delle infezioni inapparenti tra le persone sane. L’IFR differisce dal CFR in quanto mira a stimare il tasso di letalità negli infetti sia malati che sani.

Considerato che l’infezione da SARS-CoV-2 decorre prevalentemente in modo asintomatico o paucisintomatico la conoscenza del suo tasso di letalità plausibile (IFR) costituisce un punto cardine al fine di fare tante ed importanti considerazioni.

Al riguardo è stato pubblicato un interessante lavoro “Infection fatality rate of COVID-19 inferred from seroprevalence data” sul sito MedRxiv, fondato nel 2019 dal Cold Spring Harbor Laboratory, dal BMJ e dalla Yale University (https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.05.13.20101253v3). L’articolo attenziona il tasso di letalità plausibile (infection fatality rate) dedotto dai dati di sieroprevalenza. Sono stati individuati 36 studi (43 stime) con dati utilizzabili per la disamina matematica e sono state considerate anche altre 7 stime nazionali preliminari per un totale di 50 stime. Le stime fatte conducono ad un tasso di letalità plausibile per infezione che varia dallo 0,00% all’1,63% e i valori corretti variano dallo 0,00% all’1,31%. In 32 diverse località, il tasso medio di letalità per infezione è stato dello 0,26% (corretto dello 0,24%). La maggior parte degli studi sono stati condotti in epicentri pandemici con un alto numero di morti. L’IFR mediano corretto era dello 0,10% nelle località con un tasso di mortalità della popolazione COVID-19 inferiore alla media globale. Tra le persone di età inferiore ai 70 anni, i tassi di letalità per infezione variano dal 00% allo 0,57% con una mediana dello 0,05% nelle diverse località (mediana corretta dello 0,04%). 

Le conclusioni dell’articolo (pubblicato anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità https://apps.who.int/iris/handle/10665/340124) sono:le stime del tasso di letalità plausibile per infezione da COVID-19 desunti dagli studi di sieroprevalenza tendono ad essere molto inferiori rispetto alle deduzioni originali fatte nei primi giorni della pandemia”. 

A distanza di un anno e mezzo dall’inizio della pandemia i numeri evidenziano quindi una letalità del virus SARS-CoV-2 di gran lunga più bassa rispetto a quella ipotizzata inizialmente. In definitiva, in caso di contagio SARS-CoV-2, il rischio di morte stimato è pari a 26 contagiati su 10.000. Un’informazione numerica importante ma ancora non completa.

Arrivati a questo punto infatti occorre approfondire ulteriormente il dato e compiere un’ulteriore analisi come la raccolta particolareggiata delle notizie ed informazioni (l’anamnesi per intenderci) di coloro che sono deceduti per SARS-CoV-2.

Sotto questo profilo l’Istituto Superiore della Sanità pubblica, con cadenza mensile, dei report epidemiologici estremamente utili e interessanti dal titolo “Caratteristiche dei pazienti deceduti positivi all’infezione da SARS-CoV-2 in Italia”. Riporto il link relativo al report di luglio 2021: https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/bollettino/Report-COVID-2019_21_luglio_2021.pdf

Nella Tabella n° 1 i morti SARS-CoV-2 positivi vengono suddivisi in funzione delle patologie più comuni osservate al momento del decesso (patologie preesistenti al momento dell’infezione). La percentuale di coloro che risultano deceduti dopo contagio da SARS-CoV-2, in assenza di patologie, risulta pari al 2,9%. 

Tramite tale analisi condotta dall’ISS siamo in possesso di un’ulteriore informazione numerica cruciale.

E’ possibile infatti calcolare la probabilità di morire in seguito a contagio da SARS-CoV-2, in assenza di patologie preesistenti importanti (come ictus, cardiopatia ischemica, etc.). Tale rischio risulta pari al prodotto delle due probabilità trovate:

0,26% x 2,9% = 0,26/100 x 2,9/100 = 0,754/10.000 ovvero circa 8 persone su 100.000. Quindi, se una persona in buona salute viene contagiata dal SARS-CoV-2 ha una probabilità di morire dello 0,008%.

Vediamo cosa succede se focalizziamo l’attenzione sulla fascia giovanile e calcoliamo il tasso di letalità plausibile nella fascia di età 0-19 anni.

Il totale dei pazienti deceduti sotto i 19 anni sono 28 su un totale di 127.044 morti. Abbiamo così una percentuale sul totale dei decessi in questa fascia di età pari circa a 0,02 (28/127.044×100).

Ne consegue che il tasso di letalità plausibile in età inferiore ai 19 anni, indipendentemente dalle condizioni di salute, risulta: 0,26% x 0,02% = 0,26/100 x 0,02/100 = 0,0052/10.000 ovvero circa 0,5 persone su 1.000.000.

Quindi, se una persona con età inferiore ai 19 anni, viene contagiata dal SARS-CoV-2, ha una probabilità di morire dello 0,00005% (meno di una su un milione).

Condurre invece un’analisi su coloro che sono deceduti dopo contagio SARS-CoV-2, in presenza di una o più patologie preesistenti importanti (come ictus, cardiopatia ischemica, fibrillazione atriale, scompenso cardiaco, cancro attivo negli ultimi 5 anni, epatopatia cronica, etc.) non risulta affatto semplice. In questo caso infatti occorre fare un’importante precisazione. Il report dell’Istituto Superiore della Sanità infatti parla esplicitamente, relativamente ai casi di preesistenza di patologie croniche, di complicanze legate all’infezione da SARS-CoV-2. Il documento d’altronde al primo paragrafo (Caratteristiche demografiche dei deceduti) chiarisce come “Il presente report descrive le caratteristiche di 127.044 pazienti deceduti e positivi a SARS-CoV-2 in Italia riportati dalla Sorveglianza Integrata COVID-19”. Si parla in questi casi di comorbidità (coesistenza di più patologie diverse in uno stesso individuo). L’ISS parla di deceduti in presenza del SARS-CoV-2 e non specifica quanti di coloro con patologie preesistenti sono morti a causa del SARS-CoV-2 e non con il SARS-CoV-2.

Detto ciò, a questo punto è lecito chiederci se dobbiamo preoccuparci o meno del virus SARS-CoV-2 (ed eventualmente quanto dobbiamo preoccuparci) stanti tali risultanze numeriche. L’incidenza di letalità parla da sola e non credo siano necessari particolari commenti.

Morire di Covid, a seguito di un contagio, è un evento che può capitare, non si discute, ma con un rischio di un evento fatale dello 0,008% per una persona contagiata sana. E’ pertanto oggettivamente irragionevole vivere nella preoccupazione quotidiana con una percentuale di rischio così bassa (senza dimenticare tra l’altro che il rischio zero non esiste).

Provo a sostenere matematicamente la mia riflessione: ci sono diverse cause di morte/patologie che hanno tassi di mortalità ben superiori (http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=59923&fr=n). Ad esempio, ogni anno ciascuno di noi ha la possibilità di morire, a causa di un incidente, pari circa a 26 su 100.000. Ben superiore alla probabilità di morire se contagiato dal virus SARS-CoV-2. Nessuno ci pensa agli incidenti. Giustamente. Se il tasso di mortalità annuo per incidenti è dello 0,026% non ha nessun senso trasformarlo nel nostro incubo quotidiano. Lo stesso ragionamento dovrebbe valere per il virus SARS-CoV-2.

Vaccinazione anti SARS-CoV-2

La somministrazione di vaccini come strumento di prevenzione, protezione e lotta nei confronti di numerosi e differenti agenti patogeni è una pratica ampiamente diffusa in ambito sanitario da molti decenni. Molte infatti sono state le patologie che si è potuto fronteggiare, con risultati positivi, attraverso una corretta vaccinazione. Relativamente al SARS-CoV-2 il dibattito però è attualmente molto acceso. Giustamente. Si sta affrontando un nuovo virus e i vaccini attualmente prodotti su larga scala sono il frutto di un paradigma epidemico (sovrapposizione delle fasi di studio e sperimentazione, velocizzazione dei tempi di sviluppo e delle procedure autorizzative) che ha messo da parte quello tradizionale (il quale ha richiesto sempre diversi anni di studi preclinici e clinici, sperimentazione e validazione, prima di arrivare all’impiego di un vaccino).

Al fine di non perdermi in una questione tutt’altro che banale è mia intenzione partire da un punto fermo: i vaccini devono essere sicuri ed efficaci. Anche sotto questo profilo un’analisi di tipo numero-matematica ci può aiutare ad approfondire e focalizzare proprio questo aspetto cruciale, analizzando ad esempio il rapporto costo/benefici dell’impiego degli attuali vaccini COVID-19.

Con comunicato stampa n. 657 (https://www.aifa.gov.it/-/settimo-rapporto-aifa-sulla-sorveglianza-dei-vaccini-covid-19) l’Agenzia Italiana del Farmaco ha pubblicato il settimo Rapporto di Farmacovigilanza sui Vaccini COVID-19. I dati raccolti e analizzati riguardano le segnalazioni di sospetta reazione avversa registrate nella Rete Nazionale di Farmacovigilanza tra il 27 dicembre 2020 e il 26 luglio 2021 per i quattro vaccini in uso nella campagna vaccinale in corso. Le segnalazioni gravi corrispondono al 12,8% del totale, con un tasso di 16 eventi gravi (tra decessi, invalidità, ospedalizzazioni, pericolo di vita, etc.) ogni 100.000 dosi somministrate. La reazione si è verificata nella maggior parte dei casi (80% circa) nella stessa giornata della vaccinazione o il giorno successivo e solo più raramente oltre le 48 ore successive. Al 26/07/2021, il nesso di causalità secondo l’algoritmo dell’OMS è stato inserito nel 74% delle segnalazioni di eventi avversi gravi (8.032/10.805) e, complessivamente, il 43% di tutte le segnalazioni gravi valutate (3.453/8.032) risulta correlabile alla vaccinazione.

Pertanto il 50% circa dei 16 eventi gravi ogni 100.000 dosi somministrate è correlato alla vaccinazione (ovvero 8 eventi gravi ogni 100.000 dosi somministrate sono vaccino-correlati). Vuol dire che, per ogni dose ricevuta, una persona ha lo 0,008% di probabilità di andare incontro ad un evento grave.

Conclusione: una persona in buona salute che decide di vaccinarsi ha esattamente la stessa probabilità di andare incontro ad un evento avverso grave rispetto ad una persona che decide di non vaccinarsi e che si contagi da SARS-CoV-2 che come sopra riportato ha la probabilità di morire in tal caso dello 0,008%.

Conducendo analisi simili in altri Paesi le indicazioni che emergono non mutano.

Ad esempio, negli Stati Uniti il database americano Vaccine Adverse Event Reporting System (VAERS), che contiene informazioni su segnalazioni non verificate di eventi avversi (malattie, problemi di salute e/o sintomi, decessi) a seguito dell’immunizzazione con vaccini con licenza statunitense, mette in evidenza una situazione ancor più nefasta rispetto a quella italiana.

Le morti segnalate dopo la vaccinazione Covid negli Stati Uniti d’America sono 13.627, dato ben 65 volte più alto di quello registrato mediamente ogni anno per tutti gli altri vaccini messi assieme: infatti in America la media annuale delle segnalazioni è di meno di 200 morti per anno (i dati sono aggiornati dal database VAERS al 20 agosto 2021 https://www.openvaers.com/covid-data/mortality).

L’analisi delle reazioni avverse da vaccinazione anti SARS-CoV-2 dei due Paesi considerati (Stati Uniti e Italia) quindi, anche considerando un’efficacia del vaccino al 100%, convergono verso la stessa (matematica) conclusione: i vaccini attualmente impiegati contro il SARS-CoV-2 non solo non sono sicuri ma non apportano nessun vantaggio in termini di costi/benefici.

Ciò senza considerare due aspetti importanti.

Primo: la scarsa o nulla informazione circa gli eventuali effetti avversi che i vaccini possono causare nel tempo (carcinogenicità, tossicocinetica, genotossicità, etc.). Emblematico risulta al riguardo l’articolo pubblicato sul British Medical Journal il 09 agosto 2021, dal titolo “Transparency of COVID-19 vaccine trials: decisions without data”, “Trasparenza delle sperimentazioni sui vaccini COVID-19: decisioni senza dati” (https://ebm.bmj.com/content/early/2021/08/08/bmjebm-2021-111735). Nello stesso si afferma: “Vi è una disponibilità inadeguata di documenti e dati relativi alla sperimentazione del vaccino COVID-19; i dati dei singoli partecipanti non saranno disponibili per mesi, forse anni, per la maggior parte dei vaccini. L’uso diffuso di interventi senza la piena trasparenza dei dati solleva preoccupazioni sull’uso razionale dei vaccini COVID-19”.

I protocolli di sperimentazione dovrebbero essere rilasciati una volta finalizzati, prima che vengano riportati i risultati dello studio, e dovrebbero essere accompagnati dal rilascio di documenti e dati di sperimentazione prima che i medici e il pubblico prendano decisioni in merito all’uso del prodotto. È un imperativo scientifico, morale ed etico che l’accesso ai dati completi delle sperimentazioni di questi interventi di sanità pubblica globale sia concesso urgentemente a pazienti, ricercatori e altri soggetti chiave”.

Secondo: i vaccini sottopongono una persona ad un rischio di evento fatale al pari della malattia senza avere efficacia al 100% (copertura certa da eventuale contagio).

I vaccini infatti non sono assolutamente sicuri al 100%. La vaccinazione non  solo non esclude l’infezione da SARS-COV-2 ma non esclude (contrariamente a quanto viene riferito) neanche la possibilità di morire. 

L’Istituto Superiore della Sanità nell’analisi dati del 21 luglio 2021 relativamente alle caratteristiche dei pazienti deceduti positivi all’infezione da SARS-CoV-2 in Italia evidenzia come “un ciclo vaccinale completo non garantisce comunque una efficacia vaccinale del 100%. Infatti, gli studi clinici controllati hanno evidenziato un’efficacia dei vaccini in uso in Italia con valori tra l’88 e il 97% (“Epidemia COVID-19. Aggiornamento nazionale 21 luglio 2021”; https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-sorveglianza-dati). Fino al 21/07/2021 sono 423 i decessi   positivi in vaccinati con “ciclo vaccinale completo”.

Nella tabella 3 presente nell’aggiornamento nazionale Epidemia Covid-19 pubblicato dall’Istituto Superiore della Sanità il 25 agosto 2021 sono meritevoli di particolare attenzione due dati:

  • le diagnosi di SARS-COV-2 dal 23 luglio al 22 agosto 2021, nella fascia di età 60-79 e 80+, registrate in persone vaccinate con ciclo completo risultano più numerose rispetto a quelle dei non vaccinati;
  • a cavallo tra luglio e agosto 2021, il totale delle ospedalizzazioni, dei ricoveri in terapia intensiva e dei decessi registrati negli over 80 non vaccinati è stato di 552 persone, anche qui inferiore a quello dei vaccinati con ciclo completo (tot. 751).

Passiamo ora più specificatamente al rapporto costo/benefici dell’impiego degli attuali vaccini COVID-19 per i minori.

In un articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine, dal titolo “Safety, Immunogenicity, and Efficacy of the BNT162b2 Covid-19 Vaccine in Adolescents” (https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa2107456) sono state valutate la sicurezza (reattogenicità ed eventi avversi) e l’efficacia contro la malattia da coronavirus 2019, somministrando il vaccino BNT162b2 a 1131 ragazzi di età compresa tra 12 e 15 anni (con 1129 che invece hanno ricevuto il placebo). Nella tabella S2 sono riportati i partecipanti che hanno mostrato almeno un evento avverso dalla dose 1 fino ad un mese dopo la dose 2.  Nella sezione “qualsiasi evento avverso che porta alla sospensione” viene riportato un caso alla riga Life threatening (rischio morte), coincidente allo 0,1% del totale dei casi sottoposti a vaccinazione. Il caso indicato si riferisce ad un ragazzo di 14 anni a cui dopo la prima dose è salita la febbre a 40,4°C con conseguente “discontinued vaccination because of a vaccine-related adverse event” (vaccinazione interrotta a causa di un evento avverso correlato al vaccino). Conclusione: il lavoro evidenzia come un minore in buona salute sottoposto a vaccinazione anti SARS-CoV-2 ha una probabilità 2.000 volte maggiore di andare incontro ad un evento a rischio morte rispetto ad un minore non vaccinato che si contagi da SARS-CoV-2 il quale come detto ha una probabilità di morire in tal caso pari allo 0,00005% (5 su dieci milioni).

Considerato quanto evidenziato non credo siano necessari particolari riflessioni rispetto al tema vaccinazione anti SARS-COV-2. I numeri si commentano da soli. 

In un adulto in buona salute il rimedio (il vaccino) sottopone una persona allo stesso rischio di evento fatale della malattia. Senza garanzia di efficacia al 100% e al lordo di eventuali effetti avversi che si potranno valutare solo nel tempo. Il vaccino non si può quindi non considerare ad oggi, in termini di rapporto costi/benefici, una cura dannosa per coloro che godono di buona salute.

Relativamente ai minori, neanche a parlarne: decidere di vaccinarli (sottoponendeli ad un rischio morte di gran lunga superiore a quello della malattia) non è solo irragionevole, è pura follia.

Provvedimenti politico-normativi

Non credo sia necessario fare una disamina dei provvedimenti di limitazione e restrizione a cui siamo stati sottoposti durante l’emergenza sanitaria SARS-CoV-2 con gravissime e nefaste ripercussioni in termini di libertà, socialità, economia e lavoro, istruzione e altro. 

Anche qui vorrei sottrarmi ad una discussione molto accesa in corso (seppur legittima e assolutamente motivata) sulla bontà e giustezza o meno delle varie decisioni prese in ambito politico-scientifico dalle competenti autorità per fronteggiare tale emergenza. O meglio, intendo partecipare alla discussione ma conducendo anche in questo caso un’analisi prettamente matematica, un’analisi comparativa numerica tra due Paesi che hanno adottato approcci diversi nella gestione della pandemia.

Come noto, la Svezia è uno dei paesi che ha scelto l’approccio meno restrittivo al mondo, senza imposizione di mascherine o lockdown totali, senza didattica a distanza, cercando di salvaguardare le attività economiche, confidando sul naturale distanziamento sociale messo in atto dalla popolazione. Analizzando il suo tasso di letalità apparente (n° di deceduti/n° dei casi totali accertati) mi aspetto che esso sia superiore a quello italiano (dove sicuramente non si è lesinato in provvedimenti di limitazione e restrizione). Di poco o di molto non ha importanza ma deve essere per forza (ragionevolmente) superiore. Riporto i risultati dell’analisi comparativa fatta.

Ad oggi (22 agosto 2021) la Svezia ha registrato 14.668 decessi e complessivi 1.120.000 casi accertati. Il conseguente tasso di letalità apparente da SARS-CoV-2 risulta pari a 0,013. 

Sempre ad oggi (22 agosto 2021) l’Italia ha registrato 129.000 decessi e complessivi 4.480.000 casi accertati. Il conseguente tasso di letalità da SARS-CoV-2 risulta pari a 0,029.

Il tasso di letalità italiano risulta essere superiore al doppio di quello svedese.

In Italia, al 15 agosto 2021 la media dei deceduti a causa del virus SARS-CoV-2 negli ultimi 7 giorni risulta pari a 30 morti/dì. 

Il numero totale di abitanti in Italia è di 59.258.000 persone, sei volte maggiore rispetto a quello svedese, dove risultano 10.327.589 abitanti. 

Mi aspetto pertanto che, in proporzione, in pari data la media dei deceduti a causa del virus SARS-CoV-2 negli ultimi 7 giorni risulti superiore a 5 morti/dì (ovvero 30 diviso 6).

In Svezia, al 15 agosto 2021 la media dei deceduti a causa del virus SARS-CoV-2 negli ultimi 7 giorni risulta pari a ZERO morti/dì.

Dopo l’entrata in vigore delle misure Green Pass in ristoranti, bar, etc. la situazione non è mutata. Anzi è peggiorata per l’Italia. 

In Italia, al 08 settembre 2021 la media dei deceduti a causa del virus SARS-CoV-2 negli ultimi 7 giorni risulta pari a 60 morti/dì. 

In Svezia, al 08 settembre 2021 la media dei deceduti a causa del virus SARS-CoV-2 negli ultimi 7 giorni risulta pari a UN morto/dì.

Il nostro paese mettendo in atto fortissimi provvedimenti di limitazione e restrizione, non solo non ha ottenuto benefici rispetto ad un paese che non l’ha fatto come la Svezia, ma matematicamente e quindi con oggettività possiamo affermare l’esatto contrario: è la Svezia che non adottando tali provvedimenti ne ha tratto benefici.

Nessun dorma

Nel mondo, ogni giorno, 7.000 bambini sotto i cinque anni muoiono per cause legate alla malnutrizione (2.555.000 ogni anno (7.000 x 365)). Cinque ogni minuto. Bambine e bambini che, a casa loro, in paesi colpiti da carestie e siccità, afflitti dalla povertà estrema o dilaniati da guerre e conflitti, continuano a essere privati di cibo adeguato, acqua pulita e cure mediche e perdono irrimediabilmente l’infanzia alla quale hanno diritto (https://www.agi.it/estero/bambini_muoiono_malnutrizione_save_the_children-4488527/news/2018-10-16/).

Lontano dalle luci dei riflettori. 

In generale, circa 24.000 persone muoiono ogni giorno per fame o cause ad essa correlate, per un totale annuo di  8.760.000 persone.

Durante il primo anno di pandemia (da marzo 2020 a febbraio 2021) sono decedute a causa del virus SARS-CoV-2 2.609.866 persone (https://www.rainews.it/ran24/speciali/2020/covid19/world.php).

I governi hanno speso almeno 93 miliardi di euro in vaccini e terapie COVID-19 nel corso degli ultimi 11 mesi (https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/business_wire/news/2021-01-12_112102455.html).

Utilizzando solo un terzo delle risorse destinate all’emergenza COVID-19 (31 miliardi di euro) per far fronte al problema della fame nel mondo avremmo evitato 8.760.000 morti. 31 miliardi di euro permettono di destinare circa 10 euro di alimenti al giorno a persona ((31 miliardi di euro:8.760.000):365). Sufficienti per alimentare correttamente una persona.

Anche qui numeri e matematica mi sembrano abbastanza chiari. O esistono morti di serie A e morti di serie B?

Nessun dorma.